HAVEN HER BODY WAS

HAVEN HER BODY WAS

Intervista di Cristiana Campanini a Noémie Goudal

Hai mai scritto una storia prima di scattare una fotografia?<div><b>NG</b>&nbsp;Lo facevo, durante i corsi alla Central Saint Martins scrivevo moltissimo, ora sostituisco l’esperienza del viaggio alla suggestione del racconto. I luoghi che fotografo, ancora prima di essere immaginati, sono cercati, scovati, osservati, vissuti.</div><div><b><br></b></div><div><b>CC</b>&nbsp;Che qualità condividono quei luoghi?</div><div><b>NG</b>&nbsp;Attingo a luoghi lontani che non hanno nulla in comune, dalla Repubblica Dominicana al Vietnam, dall’Uzbekistan alla Polonia. Creo ibridi che suggeriscono un luogo inaspettato, solo mentale.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;Un esempio?</div><div><b>NG</b>&nbsp;Da uno scatto in Vietnam stampo un fondale che rifotografo mesi dopo in Polonia. L’immagine finale contiene il lasso di tempo che separa gli scatti.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;Quali autori ti hanno spinto a scegliere la fotografia?</div><div><b>NG</b>&nbsp;Direi la old school di Magnum, i grandi fotografi in bianco e nero come Henry Cartier-Bresson. A 14 anni le sue foto mi hanno portato a lavorare in camera oscura a sviluppare le primissime immagini.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;Cosa attrae il tuo sguardo oggi?</div><div><b>NG</b>&nbsp;La fotografia di Anne Hardy, ad esempio, ma anche molta letteratura. Le atmosfere descritte nei romanzi di Haruki Murakami, così sospese tra fiction e realtà, sono centrali nel mio lavoro.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;La tua foto gioca con la realtà come un trompe l’oeil, un’immagine nell’immagine come la Condition humaine, il dipinto del surrealista Magritte. È un tuo riferimento?</div><div><b>NG</b>&nbsp;Me lo chiedono spesso. Non direi. Piuttosto guardo alla storia della pittura in generale. Mi è d’ispirazione la complessità spaziale e narrativa di alcuni dipinti nel Rinascimento.</div><div>Antonello da Messina, ad esempio, nel suo San Gerolamo nello studiolo, immergeva il protagonista in uno scenario grandioso e complesso che si apriva alla campagna attraverso grandi finestre.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;E il tuo studio? Potresti descriverlo?</div><div><b>NG</b>&nbsp;È uno spazio luminoso, semplice, razionale. Lo condivido con altre artiste nell’East London.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;Che atmosfera si respira?</div><div><b>NG</b>&nbsp;Accanto a me lavora una fotografa che ho conosciuto al Royal College of art e</div><div>un’amica artista. E poi c’è la mia assistente, Constance. Non lavoriamo mai tutte insieme</div><div>ma spesso ci confrontiamo davanti a una tazza di tè.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;Quale esperienza nutre una nuova immagine o innesca una nuova serie?</div><div><b>NG</b>&nbsp;Leggere, vedere una mostra, prendere un treno e molte altre cose, ma se dovessi</div><div>sceglierne una sola direi i viaggi. Per esempio, in Vietnam ho visto distese di rocce</div><div>calcaree modellate dal mare. Erano grotte e piccole isole di recentissima formazione. Poi</div><div>ho vissuto in piccole case sulle montagne, architetture organiche avvolte dalla foresta,</div><div>semplici come rifugi costruiti di arbusti e di foglie. Quei luoghi sono stati fonte d’ispirazione</div><div>per alcune fotografie. L’opera Reservoir, ad esempio, è una grotta in Vietnam</div><div>rifotografata mesi dopo in un ex edificio industriale sovietico in Polonia.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;La tua giornata di lavoro?</div><div><b>NG</b>&nbsp;Difficile rispondere. Se non viaggio, sono in studio al computer, dove valuto i test dallo&lt;</div><div>stampatore, scelgo le cornici, ritocco le immagini.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;Dove cerchi l’evasione?</div><div><b>NG</b>&nbsp;Guardo molti film, ma il luogo d’evasione per eccellenza è la casa estiva di famiglia, a</div><div>Cadaques, in Spagna. Le rocce, il mare, il sole, la natura mediterranea, quel luogo è un</div><div>tuffo nella mia infanzia.</div><div><br></div><div><b>CC</b>&nbsp;A Cadaques, dove c’è la casa di Salvador Dalì, forse è questo il background surrealista</div><div>nel tuo passato?</div><div><b>NG</b>&nbsp;Forse, non ci avevo mai pensato (sorride). Da bambina non sapevo chi fosse. Avevo 5</div><div>anni quando è morto e per me era solo il signore che viveva giù in fondo alla strada. Poi ho realizzato che quel Dalì che abitava poco distante da casa della nonna, era il famoso pittore. A lungo il suo lavoro mi è sembrato troppo vistoso. Solo di recente ne ho scoperto l’aspetto intimo, intenso. <b>CC</b>&nbsp;Ti trasferisci a Londra a 19 anni per studiare graphic design alla Central Saint Martins. Cosa rappresentava la fotografia allora? <b>NG</b>&nbsp;Era un hobby, alla Central Saint Martins è diventata una professione. Ho seguito soprattutto corsi di fotografia e mi sono ritrovata con un portfolio di foto. Per un anno ho scattato ritratti per magazine da free lance. Mi piaceva incontrare persone, conversare con loro, indagare nei dettagli della loro vita. Nel frattempo sviluppavo i miei primi progetti e m’iscrivevo al Royal college of art. <br> <b>CC</b>&nbsp;Credi che il tuo lavoro sia stato influenzato dal graphic design?</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Alla Central Saint Martins ho imparato a comunicare, a usare un vocabolario visivo e allo</font></div><div><font face="Verdana" size="2">stesso tempo narrativo. Ogni immagine veicola un messaggio, offre un punto di vista</font></div><div><font face="Verdana" size="2">limpido, una prospettiva inaspettata sul mondo. Che siano fondali, cascate di cellophane</font></div><div><font face="Verdana" size="2">o un iceberg di polistirolo.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br></font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>CC</b>&nbsp;Quanto c’è di reale e di digitale nelle tue immagini?</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Modifico pixel su pixel e arrivo a dedicare 10 giorni al ritocco di un’immagine, come una</font></div><div><font face="Verdana" size="2">pittrice digitale. Uso quello che ho a disposizione per consegnare il mio messaggio, che</font></div><div><font face="Verdana" size="2">siano mezzi analogici e non, non ho pregiudizi. Certo, i miei luoghi esistono. Non sono</font></div><div><font face="Verdana" size="2">virtuali. Per questo le modifiche non vorrebbero mai erodere il realismo dell’immagine.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br></font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>CC</b>&nbsp;Quante foto produci in un anno?</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Cinque o sei, al massimo otto. Lavoro a lungo sulle immagini. Con Iceberg, ad esempio,</font></div><div><font face="Verdana" size="2">ero persa perché ero abituata a fotografare spazi e architetture con una certa</font></div><div><font face="Verdana" size="2">profondità. Qui mi sono trovata di fronte un oggetto. C’è voluto del tempo per cambiare</font></div><div><font face="Verdana" size="2">approccio. Non sapevo che forma dargli e in quale materiale modellarlo. Volevo</font></div><div><font face="Verdana" size="2">galleggiasse e alla fine sono arrivata al polistirolo, ma ci sono voluti mesi per fotografarlo.</font></div><div><font face="Verdana" size="2">Sono andata decine di volte nella stessa spiaggia per cogliere l’atmosfera che cercavo,</font></div><div><font face="Verdana" size="2">ma a volte le nuvole dominavano il cielo, il mare era troppo mosso, il sole abbagliante.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br></font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>CC</b>&nbsp;Fai disegni su carta per studiare le composizioni?</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Sì, sono schizzi rapidi sul mio taccuino. Più spesso sono collage digitali: modifico immagini</font></div><div><font face="Verdana" size="2">prese da internet, cerco di capirne la struttura, il meccanismo compositivo, il potenziale.</font></div><div><font face="Verdana" size="2">Per farlo, a volte, mi basta appenderle al muro e sovrapporle una all’altra.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br></font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>CC</b>&nbsp;C’è un legame tra le tue foto e i collage di John Stezaker, associazioni libere di paesaggi</font></div><div><font face="Verdana" size="2">tratti da vecchie cartoline?</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Mi piace molto il lavoro di Stezaker, ma i suoi collage suggeriscono spazi interiori, parlano</font></div><div><font face="Verdana" size="2">delle relazioni tra persone. Io lavoro con il paesaggio, con la natura. Il risultato, a volte, si</font></div><div><font face="Verdana" size="2">avvicina, ma i temi sollevati sono diversi.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br></font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>CC</b>&nbsp;Nella serie Escapism (2007-2008) le persone erano ancora le protagoniste dei tuoi scatti.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Lo sono ancora in un certo senso, ma dall’esterno: considero il loro sguardo al centro</font></div><div><font face="Verdana" size="2">della composizione. Certo all’inizio fotografavo persone, spesso erano bambini. Poi ho</font></div><div><font face="Verdana" size="2">percepito che le loro storie si sovrapponevano ai luoghi e le immagini comunicavano</font></div><div><font face="Verdana" size="2">troppe informazioni. Così ho scelto di semplificarle, lasciando emergere solo il paesaggio.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br></font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>CC</b>&nbsp;Quando e perché usi i primi fondali?</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Durante gli studi dovevo ritrarre gli abitanti di un’isola in Scozia, un luogo così freddo e</font></div><div><font face="Verdana" size="2">ventoso da non far crescere neanche una pianta. Non potevo neanche stare in piedi,</font></div><div><font face="Verdana" size="2">figuriamoci fare un ritratto. Così ho scritto le storie di quelle persone e una fotografia del</font></div><div><font face="Verdana" size="2">paesaggio è diventato il primo fondale ai miei ritratti.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br></font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>CC</b>&nbsp;Come accadeva nella tradizione più classica della foto di studio d’inizio Novecento.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Esatto. Tornata a Londra poi ho iniziato a sviluppare quel tema. Chiedevo alle persone di</font></div><div><font face="Verdana" size="2">rimettere in scena le loro storie contro quei fondali.</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br></font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>CC</b>&nbsp;Dai ritratti in studio passi a luoghi disabitati dalle prospettive profonde, come scatole</font></div><div><font face="Verdana" size="2">sceniche di un grande palco. Qual è il tuo rapporto con il teatro?</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Ci sono cresciuta in teatro. Mia madre ci lavora da sempre. È il direttore artistico di un</font></div><div><font face="Verdana" size="2">teatro di Parigi e segue la scena più sperimentale e la danza contemporanea. Da bambina mi portava a tutti i festival.&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br> <b>CC</b>&nbsp;Continui a seguire il teatro?&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;In modo distratto. Non volevo né fare l’attrice né lavorare in teatro, ma raccontare una storia è stata da sempre un’esigenza primaria.&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br> <b>CC</b>&nbsp;Cosa rappresenta il paesaggio nelle tue foto?&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Un luogo di contemplazione in cui la vita si ferma, un luogo in cui guardare e ascoltare. Come quando si sta su uno scoglio davanti al mare o si cammina nella foresta avvolti dai rumori degli alberi. Ma non c’è nulla di romantico.&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br> <b>CC</b>&nbsp;In mostra presenti il tuo primo progetto d’installazione. È una nuova sfida nel tuo percorso?&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Più che una sfida è un’evoluzione naturale del lavoro. Non c’è nulla di radicalmente diverso dalle foto. Ho costruito una piccola struttura in legno da mettere al centro di una stanza rivestita alle pareti da immagini del mare.&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br> <b>CC</b>&nbsp;Qual è il significato e il ruolo dei tuoi titoli?&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Il titolo deve essere semplice. Cerco di chiamare le cose per quello che sono o a un primo sguardo potrebbero sembrare. Waven/Conigliera, ad esempio, è anche un buco nel terreno, una fuga nel paesaggio. Observatory, invece, è un rifugio nella giungla, l’ho costruito nella Repubblica Dominicana. La sua struttura di foglie e di rami fa filtrare la luce al suo interno, come la vegetazione fa in una foresta.&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><br> <b>CC</b>&nbsp;A cosa lavori oggi?&nbsp;</font></div><div><font face="Verdana" size="2"><b>NG</b>&nbsp;Continuo a cercare luoghi isolati di grande forza narrativa come isole, grotte, nidi. La lettura di Desert islands di Gilles Deleuze è stata illuminante in questa ricerca. L’isola è una frattura dal resto della terra. Avvolta dal mare, sembra galleggiare. Fluttua appoggiata all’oceano, come una zattera.</font></div>