SHAPES AND LIGHTS FOR CONTEMPORARY ART

ProjectB da sempre concepisce lo spazio architettonico come valore fondamentale per l’arte che contiene; non è un caso che sia stato chiamato tu, architetto e museografo, per progettare la nuova sede…

Il ruolo normale dell’architetto è chiaro, mentre il ruolo dell’architetto museografo in un progetto come questo, è quello di colui che ‘mette in scena’ la mostra o progetta il contenitore. Come nasce la tua passione in ambito museografico? (Questa mia passione) E’ nata ai tempi dell’università, quando ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare con lo studio Albini, ed è poi maturata in un’esperienza con la Regione Lombardia, un lungo lavoro di ricerca che ha contribuito alla stesura dei nuovi Standard Museali. I progetti legati a musei o gallerie: li pensi sempre come contenitori? Non solo. Penso ad esempio al progetto che stiamo seguendo per l’ampliamento del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano: è un discorso con una valenza quasi urbanistica. Le cavallerizze, il nuovo ingresso su via Olona dove alla parte storica, non bombardata s’incolla una parte di architettura contemporanea; ristabilisce degli assi e quindi non tanto le dinamiche di un contenitore ma tutti i flussi di un museo enorme oltre a ridefinire un importante asse urbano. Le gallerie sono spazi espositivi profondamente diversi da un museo, anche solo se parliamo in termini di dimensione. Certamente vanno pensate e progettate considerando ogni specificità: dall’arte che viene esposta alla personalità del gallerista, dall’uso che viene fatto dello spazio alle stratificazioni che ne derivano e non ultimo, va considerato il budget che tuttavia non condiziona necessariamente il risultato finale di un buon progetto. In questo caso, ad esempio, il budget contenuto non ha impedito di realizzare tutto quello che avevamo immaginato per ProjectB. Quindi un progetto che appartiene profondamente all’epoca in cui viviamo! Oggi la sfida è quella di portare avanti progetti di qualità ma sostenibili… Certamente! Questo è un valore che mi appartiene non solo in nome della sostenibilità di un progetto ma anche in termini compositivi: normalmente tendo a conservare le tracce che arrivano dal passato e a lavorare su quelle. Non cancellare necessariamente l’esistente per rifare ex-novo (che, se vogliamo, è un esercizio più semplice) è molto più interessante, un discorso di stratificazione ragionata. Questo semplicemente perché lo spazio non è disegnato nel 2012 ma è appunto una stratificazione, un tema più complesso, che aggiunge elementi di interesse e unicità. Da dove sei partito per questo progetto ? Questo spazio è in un cortile della Vecchia Milano, un aspetto interessante perché più industriale che residenziale. Si è scelto da un lato di aprire i grandi archi dell’esterno sulla galleria e consentire così una maggior compenetrazione fra interno ed esterno. Dall’altro si è cercato di trovare l’unico elemento caratterizzante che esisteva all’interno dello spazio: il pavimento di ferro, certamente brutale ma sul quale si è costruito un progetto ‘identità, evitando la white box, un concetto a mio avviso ormai superato da almeno un decennio. D’impatto, cosa preferisci di questo progetto? Mi interessa particolarmente il lavoro fatto sulla prospettiva che attraversa gli spazi, espositivi e di lavoro, e Mi interessa la prospettiva che attraversa spazi di lavoro, la capsula che rappresenta la libreria. Mi interessa la stortatura delle pareti. Il materiale, il ferro che consente di non viaggiare in un bianco senza identità ed infine dal punto di vista tecnologico le luci. A livello di illuminotecnica c’è un idea molto forte dietro. Per questo progetto, dal taglio molto forte, ho subito deciso di coinvolgere Alberto Pasetti, light designer di Treviso. Una collaborazione straordinaria che ha portato a disegnare un sistema di luci custom per ProjectB che segue la stanza nelle sue storture.Un segno molto forte e una tecnologia innovativa che vorremmo portare avanti come ricerca. La mostra inaugurale è una personale dell’artista Francese, Noemie Goudal, che basa tutta la sua ricerca sulle prospettive all’interno e attraverso cui guardiamo l’opera d’arte. Un artista che ha quindi molto ben sfruttato il progetto spaziale della galleria… Quello che ci ha portato a immaginare un sistema di percorsi fluido attraverso l’uso dei coni prospettici è stato il taglio obliquo esistente delle mura. Si è cercato di creare un doppio canale di scorrimento: due percorsi, due assi principali che definiscono i percorsi così come lo spazio. Il cono ottico rende lo spazio percepibile nel suo insieme, senza però togliere nel visitatore la tensione dello spazio percepito come ‘fenomeno di sorprese’, la meraviglia di scoprire cosa succede nella stanza successiva. In galleria c’è un segno forte: la libreria. E’ volutamente una capsula di passaggio, una sorta di architettura parassita all’interno di un sistema continuo che però non interrompe il percorso ma semplicemente dichiara la presenza di un cambiamento, segnala un passaggio verso la Project Room che per definizione è uno spazio a sé, da non confondere con gli spazi espositivi. Il suo disegno gioca con delle assi verticali che lavorano come quinte, le mensole sono arretrate rispetto alla muratura e dall’esterno non mi fanno percepire i libri che invece si manifestano una volta entrati. Un giorno questo progetto potrebbe diventare più grande … I cannocchiali s’interrompono, però gli elementi si possono parlare; anche rispetto alla scelta di spalancare le due sezioni Mi piace pensare che ogni progetto sia ampliabile, finito ma non chiuso in se stesso.