Intervista

TINDAR

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Intervista

Carlotta Loverini Botta intervista il giovane artista italiano Tindar sul suo lavoro e sulla sua nuova serie The Trace Project, che verrà presentata al Premio Cairo dal 10 al 13 novembre a Palazzo Reale a Milano.

Le tue opere svelano una vera e propria ricerca sulla scoperta dell’essere da un punto di vista non ordinario... Quando hai iniziato ad osservare il mondo con occhi diversi? 

Non c'è un momento preciso, piuttosto un lento e graduale precisarsi del mio interesse rispetto quella parte nascosta e irraggiungibile del mondo e della vita - e delle sue molteplici espressioni - di fronte alle quali sempre di più mi rendo conto che la ricerca di un senso non sia che un gioco intellettuale, bello ed entusiasmante, ma pur sempre un gioco. Restare in silenzio di fronte al mistero della vita è per me difficile perché è fortissima la spinta a cercare di spiegare e comprendere. Ma il monito di Dickinson è chiaro: 

Giovinetto d'Atene, credi solo 
In te stesso 
E nel mistero -
Tutto il resto è menzogna 

Milanese d'origine, Romano d'adozione la città dove vivi, lavori e dove hai studiato disegno all'Accademia delle belle arti; sembra quasi che ci sia stato un momento di "rottura" nel passaggio da nord a sud? Quando hai realizzato di voler essere un artista? 

Forse mentre studiavo storia dell'arte a Roma, quando lo stupore per il mistero della creazione artistica mi divorava e illuminava, ed ero come un bambino di fronte alle magie di un mago, o un ragazzino di fronte alle seduzioni di una donna formosa ed ammaliante, o di un adolescente perso nelle ebbrezze dei sensi, per il quale l'eccitazione di certe feste che durano fino a mattina corrispondono all'eccitazione che io provavo di fronte ai fasti seicenteschi o tardo antichi, quando l'anima era carica ed era ovunque e l'uomo era ancora profondamente mistico, o alla dolcezza di un uomo anziano a cui viene offerta un'ultima possibilità di perdersi nelle carni di una donna, dolce e consapevole consolazione di qualcosa di infinito a lui irraggiungibile. Così è stato il mio incontro con l'arte, un misto di sensualità ed impotenza, di attrazione e di tabù.

Il disegno è ancora oggi alla base della tua ricerca artistica la linea a carboncino nelle radici e quella ripetuta delle impronte ... Quanto è importante la linea per te? 

Chissà che nella linea non ci sia una razionalità e una perentorietà che mi rassicurano - perché in fondo sono molto codardo quando si tratta di abbandonarsi alla vita. Sicurezza e perentorietà che invece non ritrovo nella forma, nel volume e nel colore. Diceva Yourcenar: "Il colore è espressione di una virtù nascosta". Ne sono convinto anch'io. Sono invece meno certo di avere quella virtù.

La serie Radici, rappresenta visivamente ciò che non si può effettivamente vedere... è un interesse nato riflettendo sulla nostra identità di esseri viventi? 

È piuttosto nato dalla curiosità di vedere ciò che non si vede e che, forse proprio perché non si vede, tendo a considerare come non esistente. E le nostre radici sono proprio così, ci sono ma le dimentichiamo solo per ricordarle quando - spaventati dalla relatività di una vita senza radici - torniamo verso quel calore che sprigiona il constatare di appartenere a qualcosa di più grande e di più duraturo di noi: la nostra cultura. Una delle tragedie delle migrazioni è proprio questa: perdere quasi tutti i legami con la propria cultura, che è quel terreno nel quale le nostre radici affondano. 

La serie dei teatrini, dove le ombre di semplici fogli secche assumono le forme più improbabili, rendono evidente che hai osservato la natura…

La cosa che più mi è cara di questo lavoro è l'imperativo che mi pone: essere aperto a ciò che è così com'è, senza voler cercare ciò che non c'è. E continuare a cercare mi ha permesso di capire una frase di Picasso, che per ignoranza e inesperienza avevo scambiato per arroganza; disse: "Io non cerco, trovo". In questo lavoro è esattamente così: se mi concedo di non cercare, trovo subito una forma incredibile, se invece cerco - perché voglio trovare - allora niente si rivela.

Nella tua biblioteca ci sono molti libri e testi filosofici. È da lì che parte la tua riflessione sulla cultura di noi uomini occidentali? 

No, sono piuttosto il tentativo di capire in quali testi affondino le nostre radici di uomini occidentali.

Utilizzi le radici  come simbolo, disegnandole a matita su pagine di testi antichi e capisaldi della nostra civiltà e cultura: l’Orlando Furioso, la Divina Commedia o i testi sacri delle tre grandi religioni monoteiste che vai personalmente a cercare. Da dove nasce questa passione per i libri? 

Un giorno mi sono chiesto: "Come appare visivamente una Divina Commedia nella sua interezza fisica e non simbolico/culturale? Che effetto fa vedere, steso su un muro, un caposaldo della nostra lingua e della nostra cultura, non considerandolo quindi solo sotto il punto di vista culturale ma anche rispetto alla sua potenza visiva?" È stato così che ho preso un'edizione seicentesca della Commedia e ne ho incollato tutte le pagine su tre tele, una per ogni cantica, così che di fronte a me avessi esteso quel capolavoro sorprendentemente denso la cui presenza fisica, mi sono reso conto in seguito, rispecchiava perfettamente la potenza e l'importanza che ha quel testo rispetto al nostro essere italiani, cattolici e più ampiamente occidentali.

Le Impronte invece sono una vera e propria allegoria dell’Io. È stata una naturale evoluzione del tuo lavoro? 

Dopo qualche anno in cui principalmente ho disegnato radici mi è tornata in mente una tela che avevo fatto qualche anno prima mentre studiavo Economia (mosso da non so quale interesse) sulla quale avevo riprodotto, con le mie impronte, la forma della mia stessa impronta. Cercando di capire meglio quel gesto spontaneo che avevo fatto, per capire se contenesse qualcosa di interessante, mi sono accorto che rappresentava una ripetizione assurda del simbolo della mia identità, l'impronta appunto, gesto che poteva ben rappresentare il modo di dire inglese: "Me, myself and I". Da allora ho iniziato a creare dei quadri con migliaia di impronte, di persone diverse, di famiglie, di amici, di colleghi, di sposi e di sconosciuti.

Perché a Natale dell'anno scorso hai deciso di andare per la prima volta a Calais? 

Ero già stato nel corso di dicembre, l'emergenza era alta e a Natale quasi tutti i volontari tornavano a casa dalle rispettive famiglie, nella giungla non rimaneva quasi nessuno (la notte di quella settimana eravamo infatti sette volontari e settemila migranti). Ho scritto una lettera alla mia famiglia (non avevo mai disertato un Natale) e ho ripreso il treno per Calais. E poi ho scoperto, quasi per caso, che quell'anno coincideva di nuovo, dopo 457 anni, il Natale cristiano con quello musulmano, che essendo basato sul calendario lunare, non ha una data fissa come il nostro. Quale posto migliore per passare il giorno in cui la luce ritorna al mondo se non un posto dove convivevano persone di entrambe le religioni?

Le impronte si sono subito trasformate in un canale di comunicazione privilegiato con i migranti. 

Inizialmente avevo pensato di raccogliere le loro impronte per comporre dei grandi quadri in cui ogni impronta rappresentasse un migrante. Arrivato sul campo mi sono reso conto che non solo nessuno me le avrebbe date, ma che la mia domanda era di una violenza inaudita. Secondo il trattato di Dublino i migranti sono obbligati a lasciare le impronte digitali nel paese d'ingresso, quindi sempre in Italia, in Grecia e in Ungheria. Questa legge li obbliga in seguito a fare la richiesta di asilo solo nel paese in cui hanno lasciato le impronte. L'assurdità di questa legge, di cui nessuno di loro è conoscenza al momento dello sbarco, li aveva bloccati per mesi in un paese nel quale non volevano stare, aveva impedito loro di ricongiungersi con familiari ed amici e soprattutto aveva obbligato molti di loro a bruciarsi le dita per cancellare le impronte per averne di nuove e potersi spostare. Improvvisamente capii che dovevo ribaltare tutto e fu così che chiesi a loro di raccogliere le impronte di noi occidentali, cosicché fossimo noi a trovarci nella loro situazione. Il successo è stato immediato, soprattutto perché, rassicurati che non io fossi dei servizi segreti inglesi, cominciarono a dare anche le loro impronte, per le quali offrivo €1 ciascuna per incentivarli e far loro la possibilità di guadagnare qualche soldo per comprare cibo, gas e vestiti. Fu così che si raccolsero 7000 impronte di uomini, che fossero occidentali o siriani, italiani o afghani, francesi o iracheni poco importava. Dunque questa serie di quadri non rappresenta le migrazioni di oggi, come era la mia idea originale, ma il migrare umano. Solo cinquant'anni fa se ci pensiamo bene  eravamo noi italiani ad emigrare. Saremo in grado di cogliere la sfida e accoglierli così come fummo accolti noi in passato.

Le nuove opere andranno a formare diverse miste in Europa e culmineranno in un'asta benefica a favore dei progetti dell'associazione: parlaci di The Trace Project

The Trace Project è un progetto nato dalla volontà di restituire a persone migranti parte del ricavato della vendita delle opere realizzate con le impronte raccolte da alcuni di loro. Donerò una decina di lavori che verranno venduti all'asta da Pierre Bergé et associées e l'intero ricavato verrà donato a progetti che si occupano dell'integrazione dei rifugiati in Europa.

Recentemente sei stato recensito da Bernard Henry-Lévy hai ritrovato il tuo fare artistico nelle sue parole? 

L'incontro con Bernard Henry-Lévy è stato molto stimolante, sia da un punto di vista intellettuale che artistico. Il confronto con un uomo così impegnato in temi comuni a questo progetto è stato uno stimolo importante e foriero di nuove idee e progetti.