DAVIDE MONALDI & TINDAR

novembre 2016

DAVIDE MONALDI & TINDAR

ProjectB è felice di presentare la mostra bi-personale di Davide Monaldi e Tindar, due giovani artisti italiani (entrambi recentemente finalisti alla diciassettesima edizione del Premio Cairo) legati dall’uso del disegno come punto di partenza della loro pratica, per poi trasformarlo, per sottrazione o addizione, in un lavoro che evolve verso forme completamente nuove e inaspettate.

Davide Monaldi realizza sculture in ceramica, poetiche e dall'estetica minimale, che raccontano microstorie intime e legate al quotidiano, nobilitando il processo di lavorazione artigianale; Tindar presenta invece Migrazioni: una nuova serie in cui l’arte si mette al servizio dell’uomo per portare un aiuto diretto ai migranti di Calais attraverso l’associazione The Trace Project, le cui impronte segnano l’ipotetico percorso migratorio umano sulla tela.

Ad ogni artista è dedicata una sala della galleria di Milano, con l’intento di creare un dialogo naturale tra i loro lavori, una narrazione per contrappunti che diventa percorso fatto più di echi e riverberi che di contaminazioni e confronti. 

DAVIDE MONALDI   

L’opera plastica di Davide Monaldi, plasmata in ceramica o terracotta grezza, è stata definita da Saverio Verini “un calco del mondo”. Pesanti Hula Hoop, palle da rugby che non rimbalzano (ma volano comunque verso l’alto per diventare totem), elastici colorati o carte da parati che si staccano dalla parete, diventano oggetti degni di apprezzamento estetico e si mischiano a maschere e figure che rimandano al tema dell’autoritratto.

Davide Monaldi offre così la sua personale visone del mondo, da quel punto di vista alternativo che l’arte dovrebbe sempre svelare: oggetti semplici elevati a opere, attraverso una produzione in cui il processo artigianale della lavorazione dell’argilla diventa fondamento concettuale dell’opera stessa.

Nella trasfigurazione di questi oggetti-soggetti non ci sono tracce di grandiosità, ma più un retrogusto serio e quasi amaro, che si stacca nettamente dall’apparente ironia di alcuni lavori, dalla retorica del recupero o da qualsiasi pretesa estetizzante.

Uno sguardo poetico che richiama l’infanzia, melanconico ma orgoglioso della manualità che Monaldi, da ceramista autodidatta, ha riversato nelle sue opere, nobilitando la tecnica nell’ambito del contemporaneo e partecipando a quel movimento di recupero di un determinato gesto artistico, reclamato ultimamente da molti giovani. 

TINDAR

La serie Migrazioni, presentata in mostra, nasce dalla ricerca artistica precedente di Tindar, la serie Tracce, in cui le impronte digitali di un singolo individuo sono impresse e ripetute mille volte, in un gesto quasi scultoreo, per ricreare la forma specifica di ognuno. Si tratta di una vera e propria allegoria dell’Io: opere nate attorno all’unicità delle nostre impronte digitali, in cui il “micro” della nostra semplice impronta forma il “macro” di una forma effimera che, ripetendosi all’infinito, mostra la sua inconsistenza. 

Nelle Migrazioni le impronte esplodono e l’individuo è rappresentato come popolo, in una contrapposizione, oggi attualissima, tra l’uomo occidentale ed i migranti. Le impronte formano l’ipotetico e doloroso percorso migratorio di una moltitudine di esseri umani, i cui caduti giacciono sul fondo delle cornici.

Per la realizzazione di questo progetto, l’artista si è recato personalmente più volte nei campi profughi per raccogliere le impronte di migranti e volontari senza differenze di etnia, credo o religione. Un gesto di consapevolezza dove, per la prima volta, ai migranti è chiesto di offrire un contributo, invece di chiedere loro l’impronta digitale a fini identificativi.    

Queste impronte, unitamente a quelle raccolte durante la precedente mostra di Tindar in galleria - di chi voleva donarle in segno di partecipazione al progetto, attraverso il gesto simbolico “di sporcarsi le mani con l’inchiostro” - formano oggi il nuovo ciclo di opere, Migrazioni, che sarà esposto in tutta Europa con una mostra itinerante, per poi essere venduto all’asta a Parigi, a favore dei progetti dell’associazione The Trace Project. Il progetto, ideato da Pierre Farge, ha l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica e di favorire interventi normativi che possano tutelare i rifugiati di guerra e migliorarne le condizioni di vita. Recentemente il progetto è stato recensito, in un lungo articolo, da Bernard Henry Levy sul Corriere della Sera.